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Mondi soffocati

Riflessioni di un'ordinaria mattinata di lavoro

Le otto e quaranta. Sono ferma alla rotonda, come ogni mattina: bloccata dalla fiumana di automobili dirette verso la zona industriale, che, come al solito, blocca la via d’uscita sul davanti. Sbraito fra me e me, persa in una radicata abitudine: non potreste fare attenzione? Presi dalla smania di non far passare avanti neanche un veicolo, non vi accorgete neppure che, sulla vostra destra, c’è un’altra strada. E non è una strada di secondaria importanza: nossignori, è l’accesso all’interporto. Un posto dove molta gente, fra cui io, ha un lavoro e un cartellino. Proprio come voi.

Finalmente riesco a sbrogliare la matassa, e a imboccare l’agognata strada. Guido piano, senza degnare di un’occhiata i palazzi sulla mia sinistra: non ho voglia di fermarmi al bar per il caffè mattutino. Preferisco prendermela comoda, dirigendo lo sguardo verso l’argine del fiume che corre sulla mia destra. Mi aspetta una giornata particolarmente dura, oggi, e, prima di entrare in ufficio, sento l’esigenza di rilassarmi, gettando uno sguardo sulla natura che mi circonda.

Bizzarro e triste destino, mi dico, quello dell’interporto di Prato. Me lo ricordano ogni giorno questi alberi che muovono piano le foglie, quasi come se volessero trattenere l’acqua del Bisenzio che scorre via, inarrestabile e inesorabile, ignara dei nostri umani tormenti. Me lo ricordano i passerotti e le ballerine bianche, che svolazzano pericolosamente vicini alle mie ruote, ma riescono sempre a spiccare il volo in tempo per uscirne senza neppure un graffio. Me lo ricorda questo airone che, con il suo volo radente, mi taglia la strada, non sfiorandomi per un pelo, e atterra placidamente nelle acque del Laghetto Etrusco. Sembra una pacifica scenetta bucolica, e invece è un posto di carico e scarico merci, di camion e automobili che soffocano tutto con i loro tubi di scappamento.

Attaccata alla curva, l’antica cittadina di Gonfienti mi guarda, rassegnata e spavalda al tempo stesso. Da anni è strangolata dall’interporto, proprio come l’oasi naturale che la circonda. Le imprescindibili ragioni per le quali fosse necessario costruire proprio qui questo polo di carico e scarico merci si perdono nella notte dei tempi. Questioni economiche, politiche, chissà: fatto sta che nessuno è stato capace di evitarlo. Gli abitanti di Gonfienti si sono trovati, da un giorno all’altro, caricati su di una macchina del tempo che li ha trasportati in un futuro dal sapore distopico.

Dall’altra parte, il Mulino, con il suo museo quasi sempre chiuso, mi fa pensare una volta di più alla città etrusca che dorme sotto di me, soffocata, sepolta dai capannoni e dall’asfalto. Un tesoro inestimabile sacrificato alla logica del profitto: scoperta a lavori già iniziati e dichiarata non di sufficiente interesse per fermarli. Sotto di noi, che maneggiamo ogni giorno numeri e scartoffie, dormono le splendide domus, dorme l’enorme decumano, dormono gli affreschi e le suppellettili, in attesa di un risveglio che, forse, non avverrà mai.

La sbarra si alza, e la mia vecchia auto si avvia verso il parcheggio. Ai lati della strada, i ciuffi d’erba che spuntano dalle fessure dei marciapiedi sono una timida, innocua ribellione alla logica del dio denaro, al quale si inchinano natura e storia. Salgo le scale in silenzio, pronta, per quanto si possa esserlo, a passare nuovamente otto ore nella confusione di un open space in cui dodici persone si danno di gomito, fra toni accesi e concitazione.

Ogni tanto mi prendo una pausa. Mi affaccio a una delle finestre e guardo la distesa di erba alta sulla sinistra, proprio davanti ai pochi scavi, che restano lì, costantemente minacciati, ma impavidi. E penso. Penso a questi due mondi, il mondo degli etruschi, che è il nostro passato, e quello della natura, che dovrebbe essere il nostro futuro, soffocati sotto i piedi della nostra ingordigia o del nostro bisogno. E penso che, davvero, non abbiamo imparato niente.