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MIO PADRE

MIO PADRE

Mio padre, classe 1912, era una testa calda.

Era nato a Roma, vicino al ghetto degli ebrei dove, qualche anno più tardi, i tedeschi rastrellarono 1259 persone, molte delle quali furono deportate nei campi di sterminio ad Auschwitz.

Durante la prima guerra mondiale, nonno perse la vita sull’Altopiano del Carso e la nonna dovette crescere quattro figli piccoli facendo mille lavori e quando non ce la faceva più, papà finì in collegio dai preti.

C’era la guerra e la fame era all’ordine del giorno; papà imparò presto che la carità cristiana ha un prezzo alto da pagare e fu in quel periodo che divenne ateo e cominciò a maturare idee comuniste.

Qualche anno più tardi, iniziò a lavorare nella bottega di un falegname e quando si trovò un pezzo di legno in mano, come Geppetto con il suo Pinocchio, capì che quello era il suo mestiere. Imparò in fretta e diventò talmente bravo che entrò al Monopolio dei Tabacchi a diciotto anni, anche perché era orfano di guerra.

Papà costruiva mobili, oggetti, riparava, restaurava, modificava. In breve tempo divenne Capo d’arte e i dirigenti si rivolgevano a lui anche per lavori privati, affidandogli oggetti antichi di grande pregio.

Il problema di mio padre erano le idee.

Durante l’occupazione tedesca tutti i partiti erano illegali, tranne quello fascista. Chi non condivideva le idee di Mussolini, era considerato un eversivo, un rivoluzionario, un terrorista, se vogliamo usare un termine dei giorni nostri.

Papà aveva la tessera del pci e quel che è peggio, faceva propaganda, volantinaggio e talvolta nascondeva munizioni destinate alla resistenza. Durante la permanenza al Monopolio, rischiò la vita a causa di uno sciopero, perché la polizia, affiancata dalla più temibile OVRA, chiese alla direzione centrale i nomi degli scioperanti. Se il nome di papà fosse finito su quella lista, sarebbe finito in carcere, o peggio, deportato. Qualcuno modificò il suo stato di servizio e papà quel giorno risultò in malattia. Però, la sua attività contraria al regime, gli costò il trasferimento: dalla direzione centrale del Monopolio al deposito della Garbatella.

Quando andò in pensione continuò a lavorare come falegname o meglio, ebanista. Papà era un artigiano, la sua passione era creare, trasformare il legno in qualcosa di utile, di artistico. Alla sua morte ho fatto quello che mi aveva chiesto: ho cercato tra gli strumenti di lavoro un martello e uno scalpello, scegliendoli tra quelli più vecchi e consumati, e li ho nascosti nella bara poco prima che la chiudessero.

Gli ultimi tempi, consumato dalla malattia, non si reggeva neanche in piedi, ma sono sicura che se avesse potuto, si sarebbe messo al banco e avrebbe scelto un bel pezzo di noce per farci una cornice, una mensola o un intarsio.

Papà è una delle poche persone che ha fatto ciò in cui credeva, e che ha amato il proprio lavoro fino all’ultimo giorno di vita.