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Lo Studente fuori sede

Quando la voglia di evadere si tramuta in nostalgia di ritorno. Oppure è solo bisogno di darsi altro tempo.

Mia mamma dice sempre:

“Alla tua età devi solo pensare a studiare, questo è il tuo lavoro!”.

Decisi di fare le valige a 18 anni.

Non avevo la più pallida idea di cosa sarebbe successo, di come sarebbe stata la città, di chi avrei incontrato e per quanto tempo sarebbe durato. L'unica certezza che non mi ha mai abbandonata è stata la voglia di andare. Pregai i miei genitori, ma nemmeno più di tanto, di uscire fuori da una città, la mia città, per scoprirne una nuova.

Il 9 Settembre del 2012 arrivai a Pisa per la prima volta, una città conosciuta solo per sentito dire, mai visitata ne tanto meno mai tenuta in considerazione per un'esperienza di crescita.

Non avevo nessuno, solo un paio di amici che si preoccupavano di vivere al meglio la loro vita, un po' come tutti.

Così il primo giorno di lezione decisi di mettere da parte quelle che credevo fossero paure e feci conversazione con la prima ragazza che trovai accanto a me.

Ci volle del tempo prima di abituarmi all'idea che tutto stesse cambiando.

Ricordo ancora la prima sera che mi addormentai nella stanza che presi in affitto: era spoglia, con delle grandi pareti bianche e alti soffitti anni '20, umida e fredda allo stesso tempo, con dei mobili con cui ancora non avevo preso confidenza e un cuscino che non era il mio. Mi sentivo così piccola e impaurita che di punto in bianco tutto il coraggio sputato in faccia ai miei cari scomparì, volevo solo piangere in silenzio, e così feci.

Giorno dopo giorno quelle pareti si coloravano di fotografie e il cuscino iniziava a prendere la giusta forma. E così anno dopo anno.

Mi abituai subito all'idea che essere studenti fuori sede significava perdersi molto della propria vita, quella che avevo lasciato a casa: pranzi in famiglia, amici, compleanni, avvenimenti importanti, festività, lutti, scampagnate, tutto quello che ero convinta vivere per il resto della vita non c'era più. C'era solo una una porta semi aperta, quella del cambiamento, che ero fiera di aprire.

Quando sei uno studente fuori sede vivi di raccomandazioni genitoriali, anche a distanza di anni le loro preoccupazioni saranno sempre se hai mangiato e se hai studiato.

Lo studio, elemento fondamentale del mio lavoro, fin da quando ero piccola non è mai stato il mio forte. Un po' come quando da bambino vuoi fare il medico e poi al momento del vaccino vedi l'ago e svieni. Ecco il mio approccio allo studio è sempre stato questo.

La scelta di questo 'Lavoro' non mi è ancora ben chiara, perché non ho intrapreso studi che coinvolgessero delle mie passioni, anzi, scelsi un corso di studi di cui non ne sapevo assolutamente niente. Fu tutto nuovo.

Diciamo che presi questa decisione con leggerezza, senza pensarci troppo, giusto per il piacere di provare. Questo mi aiutò molto negli anni, per vivere questa fase della mia vita sempre con serenità, o quasi.

Dico così perché tutti gli studenti, inevitabilmente, hanno periodi demoralizzanti, li definirei di 'crescita', se vogliamo guardarli con occhi pieni di ottimismo, dove tutto va come non dovrebbe.

La mia piccola dose di 'crescita' me la sono beccata fra il secondo e il terzo anno della mia vita qui a Pisa.

Tutto prese più forma e significato quando una sera a causa di un improvviso attacco di panico dovetti passare la notte al pronto soccorso. Subito dopo aver effettuato la visita il dottore mi sorrise e disse:

“Signorina non si preoccupi, è solo un po' d' ANSIA”

Def. ANSIA: affannosa agitazione interiore provocata da bramosia o incertezza.

Ovviamente sapevo cosa fosse l' ANSIA, ma non l'avevo mai vissuta in prima persona o per lo meno il mio corpo non l'aveva mai riconosciuta come tale.

Così una volta conosciuta questa fantastica compagna d'avventura tutto cominciò a ruotare intorno ad essa, provocando in me reazioni mai provate: notti insonni, fame compulsiva, continua tachicardia, affanno, attacchi improvvisi di claustrofobia, tutte emozioni gradevoli sotto sessione d'esame.

Questo provocò in me una serie di insicurezze che si tramutarono in CFU negati al mio libretto universitario.

E intanto arrivi al punto in cui non riesci nemmeno più a fare quello che hai sempre fatto nella vita, studiare.

Studiare è una delle prime cose che impari a fare da bambino, sei bravo se lo fai bene e da piccolo vuoi solo far contenti mamma e papà. Un po' come gli studenti fuori sede, dove rendere felici i genitori è l'obiettivo primario, per ricambiarli della fiducia che mostrano continuamente nei tuoi confronti, anche se sei un fuoricorso o hai bisogno di tentare l'appello d'esame quattro volte per superarlo, loro esulteranno sempre con te.

Viviamo il percorso universitario come una corsa, dove in gara ci siamo solo noi che corriamo verso quel nastro in fondo alla pista, per riuscire a guadagnare i nostri bei 180 CFU e meritarci la corona d'alloro sulla testa.

Ma alle volte ci dimentichiamo che non siamo ad una gara di centometristi o di maratoneti, la nostra pista è piena di ostacoli, alcuni vicini altri distanti fra loro e noi vogliamo superarli tutti e subito. Ma chi ci riesce senza mai cadere una volta?

A volte invidio chi lavora, chi ha un lavoro vero, per la sua indipendenza economica e il saper mettersi alla prova.

A volte no, vorrei fare l'universitario per sempre. Perché essere studente rende fragili e poi fieri di se stessi, aiuta a scoprire i propri limiti e a saper convivere con le paure di cui non ne conosci la grandezza.

Guardo le pareti della mia stanza, sono ricoperte da fotografie scattate in questi anni, di biglietti di eventi o concerti a cui ho partecipato e di post-it con cose scritte sopra che mi devo ricordare di fare.

Questa stanza oggi mi sa di casa e il paesaggio che vedo dalla mia finestra non mi è più estraneo.

Sarà dura saltare l'ostacolo per passare da un mondo ad un altro. Ma sono certa che adesso ho le gambe abbastanza forti per reggere il colpo.